
Che grande, Quagliarella. Si presenta alla sua prima partita al San Paolo cona la maglia del Napoli con un tiro da centrocampo che sbatte sulla traversa e poi sulla riga di porta. Se la palla fosse entrata, sarebbe caduto la stadio: un biglietto da visita così nemmeno el pibe. Ma la palla non entra, e col senno di poi lo si poteva capire che nel sogno azzurro di Fabio qualcosa sarebbe andato storto. Lui fatica ad entrare in condizione ma i tifosi, l'allenatore (gli allenatori...), la società, tutti credono in lui. Denis infatti, centravanti sprecone che ogni volta che entra in campo onora la maglia con prestazioni di carattere, scalda sempre la panchina. Il Quaglia alterna prestazioni, e ogni volta che segna bacia la maglia, poi se la toglie, va sotto la curva, si batte il petto, omaggia i suoi tifosi conterranei. Gioca per un anno, non fa molto ma tutti credono in lui. Ai mondiali gioca per 45 minuti e fa il delirio. Segna ma non bacia la maglia, è azzura ma non è quella del Napoli. Torna in ritiro dichiarando amore per la sua terra, per la sua gente. Poi se ne va. All'improvviso. Così. Infastidito, pare, dal fatto che dovrà guadagnarsi la maglia da titolare volta per volta. Fine della storia. Delusione per chi come me pensava di avere un fenomeno-bandiera in squadra, alla Totti, alla Maldini, alla Raul, alla Scholes. Oppure, senza scomodare dei campioni, alla Di Canio, alla Doni, alla Lucarelli. Invece no. Juventus. Come a dire: basta che me ne vado. E così per l'ultima volta, il Quaglia bacia la maglia. Poi se la toglie. Poi prende l'aereo per Torino. Fine della storia. Niente curva, niente pacche sul petto. Fine della storia. Poi tra i titoli di coda esce un ambo sulla ruota di Napoli: 27 e 71. Il suo numero di maglia, il 27, ed il 71, che nella smorfia napoletana significa "uomo di merda". Fine della storia. Qualche fischio, qualche applauso, un pò di disinteresse: nessuno ha capito molto di questo film.
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